(F) FIUME
- Cosa guardi?
- L’autostrada.
- E cosa possiede di così speciale?
- Mi intimorisce, non sono abituata a questi spazi così imponenti, ricordo di aver letto su un testo di storia che i partigiani in pianura erano obiettivi facili da colpire, anche da distanze kilometriche, ora capisco è impossibile nascondersi.
Era impossibile anche per me nascondermi, impietrita da quella assurda situazione in cui mi ero cacciata, così distante dalla familiarità dei luoghi che mi circondavano sin da bambina, in quella pianura sconfinata ero indifesa, come un partigiano in bicicletta, alla ricerca di un rifugio per non farmi catturare.
- Tu non hai mai visto il fiume è lì che ti sto portando, un gigante che disseta questa terra che a te sembra infinita.
Quella mattina mi alzai con un presentimento, non sapevo decifrarlo, ma i miei gesti indicavano tutto il mio malessere; una colazione frugale, i tuoi messaggi concisi e pragmatici: «Sei arrivata? Ti aspetto in piazza.» Non era voglia di fuggire, solo rallentare un po’, far finta di essere altrove.
- Ti ho fatto aspettare?
- Sei puntualissima, la prendo io la tua valigia, l’auto non è molto lontana da qui.
- No, ci mancherebbe, sono una donna indipendente io, non ho bisogno di un cavaliere al mio servizio.
Sorridevi, avevi capito sin da subito che la mia spavalderia da Don Chisciotte, la forza delle mie affermazioni, erano una semplice difesa, espugnabili come un mulino a vento.
La provincia è un cosmo affascinante, fatta di piccoli gesti, armonie quotidiane che riempiono le giornate, il corso addobbato a festa, il mercato del sabato mattina, i vecchi alla finestra che osservano incuriositi i passanti.
Tra le strade della piccola città camminavamo come se avessimo un appuntamento improrogabile, decisi ad arrivare al nostro incontro puntuali, senza la minima esitazione.
- Mio padre è un uomo molto malinconico ha vissuto detestando le scelte obbligate che la vita gli ha imposto, credeva nella rivoluzione e ne ha subito tutto il fallimento. Certi giorni capisco che è più triste del solito, non è stato mai di facili complimenti, allora alza lo sguardo per salutarmi e mi dice che è fiero di avere una figlia così bella. A me viene da piangere e scappo via.
- Tuo padre ha ragione. Ha una figlia bellissima.
Cercammo un luogo dove mangiare, la pianura nella sua apparente quiete ci accompagnava in quegli spazi sempre più dilatati, ogni cosa scorreva intorno a noi, ancora una volta sentii quel presentimento, ero ferma in attesa del mio destino.
Via Roma.
- Le mie origini mi perseguitano, le ritrovo ovunque, come se ogni volta dovessi ascoltare il loro richiamo.
- Non partire. Rimani con me.
Non risposi, feci finta di nulla, le tue parole mi spaventarono, nessuno mi aveva mai chiesto di rimanere. Nessuno prima di allora.
- Ho visto un film poco tempo fa, i due protagonisti fingono di vivere la loro storia d’amore lungo il tragitto che li riporta a casa, facciamo così ogni albero di questa via è un momento della nostra storia, ecco, ad esempio, proprio qui di fronte il primo albero ci siamo conosciuti.
- D’accordo, prendimi la mano.
Ridevi di cuore, amavi i miei slanci di fantasia, felici di vivere per finzione una realtà creata a nostra immagine, senza fraintendimenti, senza il pensante ingombro delle conseguenze.
- Sono già passati sei mesi dal nostro primo incontro, che gentiluomo che sei non hai tentato neanche di baciarmi.
- Sono un uomo all’antica, ho il pudore di certi sentimenti, al prossimo albero però devo dirti una cosa importante, è il nostro primo anniversario.
Quel bacio arrivò e fu dolcissimo, ci vollero sette alberi e un anno d’attesa, l’attesa più lunga, la più sentita in cui non pronunciammo più parola.
- Il gigante premuroso le cui acque dissetano la terra, la rendono fertile, non è solo un fiume è vita che scorre.
In quel fiume avrei voluto veder galleggiare il mio corpo coronato di rose bianche, avrei voluto dimenticarti, noncurante del pericolo sarei uscita dal mio nascondiglio orgogliosa e fiera, come un partigiano che durante la guerriglia incontra senza timore la propria morte.
(N) NISIDA
Sembrava di conquistare una nuova città passeggiando tra le strade del vomero, architetture razionali, linee rette di comunicazione, bambini diligentemente abbigliati, cani dal distinto portamento addestrati a una sorta di doveroso contegno.
- Odio la piccola borghesia che si rifugia in questo quartiere per sentirsi più sicura, per farsi un nome, riscrivere la propria identità sottoforma di agiata conquista. Nei vicoli del centro si respira un’altra aria, la voglia di condividere, di cercarsi anche solo per un caffè, in questi luoghi mi sento straniero, senza radici, in una dimensione impenetrabile.
Il tuo sguardo scuro, i passi pesanti che rendevano faticoso il cammino, la fretta dei tuoi gesti, ogni spicchio del tuo corpo era sofferente, avrei fatto qualsiasi cosa per darti sollievo, ero lì al tuo fianco ma l’altrove in cui ti eri rifugiato non prevedeva inviti, non lasciava spazio ad altro all’infuori di te.
- Sai quanti giorni un uomo può contare dichiarandosi felice?
Le tue domande erano sempre un compromesso tra la verità e una sorta di compiaciuta menzogna, l’importante non era capire dove la sottile soglia si interrompesse, ma lasciarsi catturare da ciò che in quel momento la tua mente voleva esprimere, l’importante era ascoltare senza preoccuparsi delle conseguenze.
- No, quanti sono?
- Dieci, solo dieci. Nulla più.
Non risposi nulla, un tacito silenzio in cui compresi tutto il mio essere bambina, legata ancora al gioco dei condizionali, anche se avessi vissuto quelle ore con me si sarebbe trattato solo di giorni a rendere, non avevi intenzione di condividere la tua ansia di essere felice, avrei dovuto risponderti che non sapevo cosa fosse la felicità e che insieme avremmo solo scoperto tutte le nostre insicurezze.
- C’è un luogo che devo farti vedere.
Ammirare la città dall’alto fu come liberarsi dai fantasmi degli anni che avevamo vissuto invano, il mare ci scaldò in un lungo abbraccio, Nisida era sfacciata, il sole accecante come fosse maggio, gli odori di una natura rigogliosa e ribelle, la città e i suoi rumori così distanti e lontani.
- Non dovrei trovarmi qui. Non in questo momento, proprio ora che avrei voluto avere paura del buio.
Tornammo nelle viscere del centro, accecati da promesse ormai infrante, dal quel giorno felice che rimase in seno alle nostre attese, chiusi in un silenzio di cristallo che senza remore edificammo.
(P) PENNY
Ricordi le mie domande?
Quella stupida inchiesta sull’eroismo, il mio marcato accento ti faceva sorridere, eri felice al solo pensiero che la mia lingua, incredibilmente, riuscisse ad inumidire anche i tuoi sguardi.
Tu mi rispondesti che gli eroi non esistono più siamo troppo occupati dalle nostre piccole idiosincrasie per curarci degli altri, gli eroi nascono in luoghi nascosti, perfetti per organizzare la guerriglia armata, per confondere il nemico, per sovvertire il presente.
Io ricordo solo le tue mani, fredde, gelide, tremavo al solo sfiorarle, te lo chiesi mille volte: “stai bene?”
Non riuscivi a replicare, esitavi, eludevi i miei occhi con affannati respiri.
Io non ho mai creduto in quel tipo di ossessione, le ossessioni sono tumori maligni, estirparle è impossibile intaccano le cellule più fragili del cuore, cellule che non avresti neanche sospettato di conoscere eppure ti cullavi di quel male incurabile, ne eri affascinato, a tratti quasi orgoglioso.
L’orgoglio dei vinti.
Dimmi, esiste la storia dei vinti?
Sapevi bene a cosa mi riferivo, se in quella notte avessi cercato con insistenza, avrei inteso la tua personale sconfitta, la più amara, la tua “Waterloo”, adoravi definirla così, (anche in quel momento non riuscivi a fare a meno di esser teatrale) colei che ti aveva portato a me senza che io ne fossi a conoscenza.
Sacrificavi volentieri le tue parole per dare spazio ai miei racconti: il primo viaggio a Londra, le delusioni lavorative, il dolore di un necessario addio.
Ascoltavi catturato dal vino e dal mio forzato gesticolare, impazzivi alla vista delle mie dita che intrecciavano capelli per gioco e un po’, lo ammetto, per imbarazzo. Mi trovavi diversa, impertinente, una bambina che conosce bene il suo parco dei divertimenti, che non teme spazi aperti, che sa ritrovare in un solo colpo la strada di casa, forte e maliziosa, fasciata da un lungo cappotto bordeaux.
Citavi Shakespeare “dubita di tutto, ma non dubitare mai del mio amore”, canzonavo le tue nobili pretese, incredula e indispettita dal tuo ridicolo romanticismo, dinnanzi quel bicchiere vuoto in uno dei locali più malinconici della città. Tutto ti è concesso l’eccezione fa parte di te è ciò che mi ha incuriosito, il tuo rendere anche il gesto più banale l’ultima occasione, ed io attonita ad osservarti, perso tra i tuoi pensieri, non osavo neanche avvicinarmi ed ancora il mio ennesimo accertamento: “stai bene?”
Di nuovo silenzio.
Ora conosco l’oggetto dei tuoi turbamenti ma quella notte era nostra, nulla poteva allontanarti dalle mie braccia.
Neanche lei.
Fuggire è ciò che mi riesce meglio, hai presente l’attimo in cui ti accorgi che nessuno ti osserva, che hai trovato l’uscita e l’unico modo per raggiungerla è prendere fiato e iniziare a correre? Non sono mai stata attratta dagli slanci atletici ma quell’istinto di sopravvivenza mi ha dato la forza necessaria per alzarmi e correre, senza guardarmi indietro, senza lasciare spiegazioni, ripetendomi insistentemente che fosse l’unica soluzione possibile, ma sai cosa ho finalmente capito (lo so ti sembrerà stupido) non sono io a fuggire sono gli altri che mi hanno lasciata andare, quelle porte erano aperte proprio per me ed io ancora a credere nel ritorno, nel dubbio dei miei fraintendimenti, in una specie di ricerca senza sosta per comprendere dove risiedesse l’errore. Ero io l’errore ed interpretavo perfettamente il mio ruolo, come in un canovaccio da commedia dell’arte, ma nell’indossare la maschera dimenticavo di guardarne il riflesso tutti sapevano, ed io, intenta nel recitare le mie battute, non notavo la scenografia della scena.
Il tuo sguardo a tratti mi offende.
Nascosti tra i vicoli barcollavamo un po’ meno ubriachi, ti reggevi a me e sbagliavamo direzione, sapevamo bene dove i nostri passi ci avrebbero condotto, tutto inesorabilmente già vissuto, come la replica di un film in bianco e nero.
Inventiamo un gioco?
Trecentoquindici.
Un numero che mio malgrado ho imparato a memoria, una poesia che ricorderò d’ora in avanti, bussare facendo finta di non esser consapevole, nell’infelice obbligo di palesare le nostre colpe. Il vino era già versato nei bicchieri, io seduta ad aspettare la mia sorte, ti aggiravi pensieroso in quella stanza così dozzinale. (Chi decide gli arredamenti di un albergo? Perché è così riconoscibile l’odore delle lenzuola?) Doveva esserci un motivo di tanta familiarità, lo sai cerco sempre una spiegazione, ma in quel momento non ebbi il tempo di darmi una risposta. I tuoi baci arrivarono troppo in fretta sul mio collo. Un’inquieta oscurità del resto ho solo tracce. La ribellione ai tuoi precetti, il trucco sciolto sulle mie guance, lo specchio in cui ho riconosciuto la fisionomia del mio piacere.
Recuperai velocemente gli abiti, mi rivestii in modo asettico quasi anestetizzata dagli eventi, non capivi quell’atteggiamento. Eri irritato dal mio modo di fare dall’ombra dei miei sguardi assenti.
Stupidi convenevoli, un aberrante congedo e via nuovamente in strada cercando di ritornare ad essere un’anonima ombra nella grande città.
Le ultime parole: “A penny for your thoughts”, il tuo respiro lieve e la certezza del peccato. Quella moneta rimase nella mia tasca diligente ad attendere il suo mancato destino.
please, a song for the lovers.
(E) ESILIO
Domani è tempo di partenza.
Lascio i miei ricordi per trovare un paese esiliato, esiliato da me.
Ritorno vicino il fiume, dove quasi due anni fa ho perso la verginità dei miei occhi, dei miei gesti, per sparire completamente tra le sue acque.
La memoria è offuscata, i pochi indizi a mia disposizione contemplano un incantevole silenzio, mi chiedo perché sto affrontando questo viaggio se non c’è nessuno che mi attende.
Avrei voluto farti partecipe, ma conosco la tua risposta, su quel treno non c’è spazio per gli addii che mi hai dedicato, c’è posto per una valigia di illusioni a cui ora non do più peso.
Se solo fossi a conoscenza della mia scelta ora mi daresti della folle, è la follia che mi spinge, vedere dove ogni giorno si posa il tuo sguardo, dove riesci ancora ad osservare un triangolo di cielo.
Lo giuro sarà l’unica volta, nulla mi spingerà più così lontana, così presuntuosa di conoscere, di sapere.
Una volta sola, e svanirò tra i vicoli di un luogo che non mi appartiene, l’esilio che volontariamente ho deciso di vivere.
Rinfrancarmi da questo dolore, dalla vanità di possedere qualcosa di tuo, sia solo esso un errore.
Troverò un uomo di cui conosco a mala pena il nome, ha previsto per me cose eccezionali, un amore fatto di criterio, una casa piena di sole, fiori alla finestra, risa di bambini che docili seguiranno i nostri precetti. Ho paura. Le certezze soffocano i desideri, avrei bisogno di respirare ma l’acqua di quel fiume tempra ancora i miei polmoni, si dissolve così l’ansia del futuro, di una vita scritta con giuste misure.
Ho imparato a liberarmi dalle gerarchie, io sono nella misura in cui mi rappresento, l’immagine che porti con te è la misura che ho voluto mostrarti, quella più privata, impercettibile anche ai miei occhi.
Il privilegio risiede nelle piccole cose che di me hai cercato, nei passi equilibrati dove la mia mano ti ha accompagnato, non ricordi ma sono io che ti ho spinto sulla soglia più intima del mio essere.
Un non ritorno per poter finalmente ritrovare la mia casa che ho ormai abbandonato da troppo tempo, distante kilometri dalla mia pelle, conto i passi e so che mi sto avvicinando, sento il suo odore che accompagna i sorrisi nascosti sul mio volto segnato.
Sei lontano, non puoi più raggiungermi, congelato nella memoria di un paesaggio, di un bicchiere di vino che non ho mai finito di bere, versato tra righe impasticciate di libri consumati dal tempo, dall’oblio dei tuoi languidi perché.




